Integrative medicine is a combination of conventional medicine and other healing modalities not commonly taught in Western medical schools. In addition to incorporating all of the incredible advances of medication and technology, integrative medicine emphasizes nutrition, life-style, and attention to mind-body influences.

Integrated Cardiology represents a new approach in therapeutic strategy of cardiovascular disease.

Nutrition, botanicals, exercise, meta­bolic cardiology, acupuncture, psiconeuroendocrinology, are topics at the center of an integrative approach.

Nutrition focuses on the primacy of food as medicine for maintaining heart health

Exercise helps in maintaining heart health, and will be incorporated into a successful heart health program.

The botanicals have a pivotal role in prevention and treatment of cardiovascular diseas; should be useful in lowering blood pressure, improving lipid profìles, and reducing symptoms of congestive failure.

Metabolic cardiology describes how biochemical interventions with nutritional supplements can promote energy production in the heart. The role of coenzyme Q10, 1-carnitine, d-ribose, and magnesium for support of cardiac systolic and diastolic function is recently highlighted

Acupuncture may be a useful adjunct in the treatment of hypertension, and has a promising role in the future of cardiology.

Since the second half of the 80s the development of the Psycho-Neuro-Endocrine-Immunology concepts resulted in a change of perspective, from a separatist point of view to an unifying one, relating to the interpretation of the biological functions of the body.

A key point was the recognition of the importance of continuous cross-talk between cells, organs and systems in both physiological and pathological conditions based on the fine regulation of the levels of a large number of messenger molecules.

Interpreting the pathological phenomenon as an imbalance in intercellular signaling, the administration of low physiological doses of messenger molecules (which act as homeostatic modulating agents) can be considered an intriguing and innovative approach in order to restore the correct intracellular signaling and consequently to restore healthy conditions; these concepts are the milestones of Low Dose Medicine.

Five years of scientific research in the field of Low Dose Medicine demonstrated the validity of the conceptual approach and efficacy and safety of the therapeutic intervention based on the oral administration of low doses of activated messenger molecules.

Integrative cardiology emphasizes the mind-body connection, and the evidence that depression, anxiety, and stress are not only risk factors for the development of cardiovascular disease, but lead to adverse outcomes, including cardiac death. Techniques that deals with depression, anxiety, and stress using stress management programs, relaxation therapy, and physical activity, are therapies that can be as effective as drugs in some patients.

Many medical conditions,hypertension, coronary artery disease, congestive heart failure, arrhythmias, and cardiac surgery can benefit of this olistic approach.

As prevention is the cornerstone of integrative medicine we highlights powerful opportunities afforded by nutritional approaches, lifestyle changes, and supplements, combined with conservative use of medication. The importance of evaluation for inherited risk factors that go beyond traditional cholesterol tests is a corner stone of integrated cardiology.

Ripe pomegranate fruit isolated on white background cutout

Non vi è nessuna frattura tra lo psichico e il fisico, nessun interno ed esterno, nessuna "sensazione" a cui una "cosa" esterna, differente dalla sensazione, corrisponda. Il mondo dei sensi appartiene in egual misura al dominio psichico e fisico.

Ernst Mach

L’ISTITUTO DI TERAPIE SISTEMICHE INTEGRATE promuove strategie di cura all’insegna della complementarietà. Siamo un’equipe di professionisti che ha adottato la visione sistemica della persona e della malattia.

Certi che una politica dell’integrazione tra differenti espressioni di medicina conduca ad un potenziamento delle cure convenzionali, ci avvaliamo di percorsi strutturati sulla persona e non soltanto sui sintomi del disturbo specifico. I concetti basilari su cui si fondano i nostri metodi sono:

  • Interdisciplinarietà
  • Unità mente-corpo
  • Uomo inteso come sistema

Le diverse “arti” mediche presenti nel mondo possono offrire un supporto prezioso nell’aumentare l’efficacia delle terapie ufficiali. La prospettiva integrata abbraccia il concetto dell’essere umano come un insieme complesso di mente e corpo, governato da una dinamica di circolarità. Alla base di questo assunto troviamo la visione dell’uomo come un sistema aperto, nel quale i singoli apparati ed organi funzionano in un clima di interdipendenza e di reciprocità. Per questo sosteniamo che, in ogni disturbo o patologia, è opportuno non perdere mai di vista la prospettiva sistemica della malattia. Lo abbiamo sperimentato tutti: quando la mente non è serena ci sembra di soffrire anche nel corpo; mentre il corpo è malato anche la nostra mente è afflitta, il tono dell’umore si abbassa e il pensiero si adombra.

Secondo la prospettiva sistemica è impossibile conoscere bene un elemento del sistema se non lo si osserva in interazione con tutti gli altri.

Anche le acquisizioni scientifiche più recenti confermano che il nostro corpo funziona come un immenso network: ciascun elemento che ci compone, al livello micro come al livello macro è connesso a tutti gli altri.

 

ITeSI Viale Liegi 44, 00198 Roma

Tel. +39 06 8557844/8555802

info@itesi.it

L

La farmacogenetica del Warfarin

La terapia con warfarin, o acenocumarolo, rappresenta il trattamento anticoagulante maggiormente utilizzato nella pratica medico-chirurgica di molte malattie croniche. Tuttavia, è stata osservata una notevole variabilità nella risposta al farmaco, che in alcuni soggetti determina complicanze emorragiche; in particolare, queste complicanze sono legate ai polimorfismi di due geni, CYP2C9 e VKORC1. Il primo codifica per un citocromo appartenente al complesso del citocromo P450, e le sue varianti alleliche CYP2C9*2 e CYP2C9*3 si associano ad una minor degradazione del warfarin, la cui azione quindi si protrae in modo eccessivo. VKORC1 codifica per il bersaglio enzimatico della vitamina K (vitamina k-epossido-reduttasi), sul quale le cumarine esercitano un’azione inibitoria. La funzione di VKORC1 è necessaria per i processi di coagulazione ed il polimorfismo 1639G>A è legato ad un minor potere coagulante. La presenza di suddette varianti di CYP2C9 e VKCOR1, ed ancor più la loro associazione, causa quindi un aumento del rischio emorragico in pazienti sottoposti a terapia con warfarin, secondo una scala di rischio che dipende dal loro assetto allelico. I risultati ottenuti da diversi studi clinici hanno indotto l’ente americano FDA a suggerire la modificazione del foglietto illustrativo del warfarin affinchè si riportino raccomandazioni riguardo alla necessità di genotipizzare i soggetti da sottoporre a terapia con cumarinici, e di ridurre le dosi nei soggetti portatori dei polimorfismi dei geni CYP2C9 e VKORC1.

La colchicina è uno dei farmaci disponibili più datati. Da secoli è utilizzata per trattare e prevenire gli attacchi di gotta e, più recentemente, è stata impiegata per prevenire le riacutizzazioni di patologie autoinfiammatorie come la febbre mediterranea familiare. Il suo principale meccanismo d'azione si basa sulla capacità di bloccare la polimerizzazione della tubulina, influenzando in tal modo la funzione dei microtubuli. Le potenzialità come farmaco antinfiammatorio trovano spiegazione nella capacità della colchicina di concentrarsi nelle cellule bianche del sangue, in particolare nei granulociti, e di interferire con la loro funzione. Recentemente è emerso anche un suo possibile ruolo nell'inibizione dell'inflammosoma. La colchicina (0,5 mg BID nei pazienti con peso >70 kg o 0,5 mg/die in quelli con peso inferiore), in aggiunta alla terapia antinfiammatoria standard, nelle pericarditi acute o ricorrenti può accelerare la risposta al trattamento antinfiammatorio e ridurre il rischio di recidive. Dopo l'esclusione di controindicazioni al trattamento e un adeguato aggiustamento della dose, la colchicina risulta sicura e ben tollerata. L'evento avverso più comune rilevato è l'intolleranza gastrointestinale, che si verifica nel 5−10% dei casi e può essere controllata con una riduzione della dose o l'interruzione temporanea del trattamento.

 Storia

La colchicina, descritta per la prima volta nel trattamento dei reumatismi in un papiro ebreo risalente al 1500 a.C., è stata utilizzata nelle pericarditi a partire dagli anni ottanta. Bayes de Luna e coll. furono i primi a dimostrare che l'impiego di colchicina nei pazienti affetti da pericarditi ricorrenti era in grado di ridurre le recidive future. L'idea di utilizzare la colchicina nelle pericarditi deriva dal successo dimostrato nella prevenzione e nel trattamento delle pericarditi nei pazienti con febbre mediterranea familiare. Nel 2004, sulla base delle numerose evidenze positive emerse in studi retrospettivi, le Linee Guida ESC hanno per la prima volta raccomandato l'utilizzo della colchicina nelle pericarditi ricorrenti (classe I di indicazione) e il possibile impiego nelle pericarditi acute (classe IIA di indicazione). Successivamente diversi studi randomizzati hanno confermato l'efficacia e la sicurezza della colchicina nei pazienti con pericarditi acute, in particolare nel dimezzare il rischio di recidive e accelerare la risposta alle terapie antinfiammatorie standard. Sulla base di queste premesse è stata recentemente condotta una review della letteratura con l'obiettivo di raccogliere i risultati più aggiornati sull'utilizzo della colchicina nelle pericarditi.

I risultati che emergono dagli studi clinici confermano la sicurezza e l'efficacia di colchicina in aggiunta alla terapia antinfiammatoria convenzionale (aspirina, altri farmaci antinfiammatori non steroidei o corticosteroidi) quando utilizzata per periodi prolungati, vale a dire 3 mesi nelle pericarditi acute e 6 mesi nelle ricorrenti.

Nei pazienti con pericarditi acute la colchicina si dimostra efficace nel prevenire le recidive, riducendo gli episodi futuri oltre il 50%. Nelle pericarditi ricorrenti l'uso di colchicina, in aggiunta alla terapia standard, ha diminuito il rischio di ricorrenze in assenza di un aumento significativo degli eventi avversi. L'effetto collaterale più comune è stato l'intolleranza gastrointestinale, ma nessun caso si è rivelato grave.

L'uso di colchicina è stato valutato anche nelle pericarditi croniche, nel versamento pericardico e nella sindrome post-pericardiotomica senza, tuttavia, che emergessero chiare evidenze a favore o contro un suo impiego in questi contesti clinici.

In conclusione, le attuali evidenze confermano che la colchicina è un farmaco efficace e sicuro nel trattamento dei pazienti con pericarditi in aggiunta alle terapie antinfiammatorie convenzionali. La posologia di colchicina deve essere adeguata in relazione al peso corporeo del paziente (0,5−0,6 mg BID nei pazienti con peso >70 kg o 0,5−0,6 mg/die nei pazienti con peso <70 kg) e non è necessaria alcuna dose di carico, fattore che permette di migliorare la compliance dei pazienti. Infine, allo scopo di escludere potenziali complicanze, si raccomanda un'attenta selezione del paziente e un'accurata valutazione delle comorbilità, così come un adeguato monitoraggio dei possibili effetti collaterali sintomatici e asintomatici con analisi di laboratorio di routine (funzionalità renale, transaminasi, creatinchinasi e conta ematica).

(Fonte: pericarditi.it=

 

Colchicine for pericarditis
Imazio M. Trends Cardiovasc Med 2015;25(2):129-36. doi 10.1016/j.tcm.2014.09.011.
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/25454379